#74 L'affaire Mari
La polemica dell'estate
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Rieccomi anche oggi a usare questa newsletter per dire la mia sulla polemichetta del momento: quella che riguarda certe cose che Michele Mari, scrittore e attuale candidato al Premio Strega, avrebbe detto a proposito di Michela Murgia. Questo offrono le cronache culturali di questi caldi giorni di inizio estate.
Non mi dilungo qui, dato che lo faccio già nelle righe sotto. Specifico solo che io personalmente giudico il merito della polemica in sé piuttosto irrilevante (stiamo parlando solo di quello che forse qualcuno ha detto in un contesto privato) e non meritevole di tutta l'attenzione che sta ricevendo e infatti non mi ci soffermerò troppo. Se ho deciso di scrivere qualcosa anche io sul caso è perché l'aspetto su cui invece vale la pena riflettere è proprio l'attenzione e il dibattito che il caso ha generato, perché ritengo sia un sintomo significativo del clima culturale che stiamo vivendo e in generale del rapporto che oggi i lettori tendono a stringere con gli scrittori.
Sono particolarmente interessato a saperne cosa ne pensate voi, soprattutto quelli che non sono d'accordo con me, quindi diamoci appuntamento nella sezione commenti. Se invece non vi interessa nulla di questa vicenda o di quello che ne penso io, potete skippare serenamente tutto e andare direttamente alla rassegna che a questo giro è particolarmente ricca e gustosa. Buona lettura!
L’affaire Mari
C'è qualcosa di tragicomico nella polemica che sta agitando in questi giorni le oziose cronache intorno al Premio Strega. Sembra quasi un racconto, una parabola, la vicenda di uno scrittore notoriamente burbero, misantropo, anti-mondano come Michele Mari che, la volta in cui si concede alla mondanità di un premio che prevede una notevole esposizione pubblica, finisce nel tritacarne di una shitstorm. Sembra quasi una punizione per avere ceduto alle lusinghe della fama, o la dimostrazione di una inettitudine sociale che avrebbe fatto meglio continuare ad assecondare, o forse una forma di un chissà quanto conscio auto-sabotaggio.
In ogni caso, riassunto della vicenda per i meno aggiornati (beati voi): qualche giorno fa sul pullman che trasportava alcuni dei candidati al Premio Strega ad un evento pubblico (e già qui si inserisce uno sfondo grottesco: partecipare ad un premio letterario per degli scrittori comporta essere caricati su un pullmino e portati in gita assieme), Mari avrebbe esternato considerazioni offensive nei confronti di Michela Murgia, considerazioni che riguardavano anche l'aspetto fisico della scrittrice defunta (secondo me inutile scendere nei dettagli, anche perché tutte le frasi che sono state attribuite a Mari e che si possono leggere nei vari articoli sono frutto di testimonianze di seconda mano). Teresa Ciabatti, amica di Murgia, avrebbe reagito a quelle parole dando inizio a un litigio.
Insomma, la storia in sé è puro gossip: anche perché tutto è avvenuto nel contesto privato del viaggio in pullman. Se non che, a partire da un articolo uscito su Repubblica, la vicenda è arrivata sui giornali, scatenando la polemica del weekend, con tutte le prevedibili indignazioni del caso. Che Mari abbia fatto sapere di essersi scusato e neghi di avere proferito le frasi di bodyshaming che gli vengono attribuite non è servito a cambiare il tenore delle reazioni. Ovviamente c'è anche chi ha chiesto che venga escluso dalla gara. La Fondazione Bellonci con una nota ha poi ufficialmente rigettato la possibilità di una esclusione, in quanto non prevista dal regolamento del premio.
La cosa che trovo più preoccupante della vicenda è come per molti che l'hanno commentata sembra che il fatto che le presunte frasi incriminate siano state dette in un contesto privato e non fossero dichiarazioni pubbliche sia un dato irrilevante. Eppure è esattamente ciò che fa la differenza tra un dibattito (anche legittimamente aspro) intorno alle parole controverse pronunciate da un intellettuale e la pura e semplice shitstorm contro una persona.
Levo subito ogni dubbio: non voglio andare a parare sulle solite tiritere intorno alla cancel culture o al "non si può dire più niente", anche perché sono convinto che tutti devono prendersi la responsabilità di ciò che dicono. Ma sono altrettanto convinto che debba mantenersi una separazione tra pubblico e privato. È giusto che quello che affermi pubblicamente abbia conseguenze pubbliche (compreso lo scatenare di dibattiti in cui ti arriva parecchia merda addosso). Quello che dici in privato dovrebbe avere solo conseguenze private (e quindi che magari chi ti sta intorno abbia buoni motivi per considerarti uno stronzo) e dovrebbe essere privo di qualunque interesse legittimo per chi non ha rapporti diretti con te.
Prendiamo un altro caso recente per fare un confronto: Erri De Luca che in una intervista si auto-definisce sionista e nega che ci sia un genocidio in corso a Gaza. Sono dichiarazioni pubbliche: De Luca sta esplicitamente usando il proprio prestigio di intellettuale e scrittore per appoggiare una causa discutibile (eufemismo). Qualcuno potrà considerare comunque le reazioni che ha suscitato eccessivamente violente o censorie, ma resta il fatto che De Luca ha deciso di investire così la propria reputazione di intellettuale, è legittimo che gli altri usino la cosa per giudicarlo (e condannarlo) come intellettuale.
Se Mari avesse fatto quei commenti su Murgia in una intervista o anche solo in un post sui social si potrebbe fare un discorso simile: usi la tua posizione di noto scrittore per esprimere orrende idee sessiste, è chiaro che verrai bollato come lo scrittore sessista. Ma non è questo il caso. I presunti insulti sarebbero stati pronunciati in una conversazione privata. Non riguardano, dunque, il Mari scrittore-personaggio pubblico, ma solamente il Mari persona. E la prima domanda da farci dovrebbe essere: che diritto abbiamo noi di giudicare una persona che non conosciamo in base a delle frasi che forse ha detto? Ma quella più importante è la seconda: perché mai dovremmo essere interessati a giudicare quella persona? Perché questo interesse per lo scrittore come persona, al punto da scrivere articoli su articoli o lanciarsi in nette prese di posizione e condanne?
Ora io capisco che la risposta che si tende a dare all’annoso dilemma "bisogna separare l'artista dall'opera?" dipende anche dalla sensibilità personale. Per alcuni (ad esempio me) viene facile pensare che le due dimensioni si possano e si devono separare, altri non vogliono o non riescono a farlo. Io credo che - per lo meno quando si parla di scrittori - la differenza tra queste due posizioni dipenda in buona parte dalla relazione parasociale che si può instaurare o meno con gli autori che si leggono. Se mi interesso a che tipo di persona sia il tale scrittore in privato e non come semplice curiosità oziosa ma come a un dato che influisce sul giudizio sui suoi libri o addirittura sulla volontà di continuare a leggerli o meno, allora è probabile che abbia stretto una relazione parasociale con lui. Lo percepisco come una persona che conosco, quindi mi interesso a quello che pensa e che fa (ed eventualmente mi sdegno) come farei con una persona che conosco e frequento.
Il caso Mari, la facilità con cui per tanti è parso naturale interessarsi a delle frasi pronunciate in privato traendone giudizi che lo riguardano come scrittore (ho perso il conto dei messaggi in cui mi sono imbattuto sui social di chi afferma che non leggerà più Mari o di chi sostiene che chi dice robe del genere non può essere un bravo scrittore; per non parlare dei tanti per cui l'idea che il libro di uno che ha detto quelle cose non può essere meritevole di un premio e quindi andrebbe escluso dallo Strega), dimostrerebbe quanto sia diffusa - o peggio, data per scontata - la parasocialità nei confronti di chi scrive.
E parlando di parasocialità mi viene spontaneo azzardare l'ipotesi che questo fenomeno sia l'ennesimo capitolo della questione "cosa ci stanno facendo i social". Lo sappiamo bene: i rapporti parasociali sono il sale dei social media. Creare e consolidare questo tipo di rapporti (per cui il follower mi percepisce come se mi conoscesse personalmente) è precisamente l'arte dell'influencer, che espone continuamente al suo pubblico la propria vita privata o almeno un suo simulacro convincente. Non per nulla ogni qual volta un influencer famoso commette un passo falso professionale, la conseguenza è una shitstorm che si accanisce sulla persona, perché appunto fino a quel momento ha lavorato per cancellare il confine tra il professionista e la persona.
Ora, ho il sospetto che le dinamiche da social si siano infiltrate talmente nella nostra quotidianità che automaticamente le trasliamo anche fuori: siamo talmente abituati a dare per scontati i rapporti parasociali con i creator dei contenuti di cui fruiamo sui social, che diamo per scontato debbano esserlo anche con gli autori degli altri prodotti culturali che consumiamo, come appunto i libri. Per questo per tanti sembra ovvio pretendere che uno scrittore abbia il dovere di essere anche una brava persona (qualunque senso possiamo dare a "brava persona", tipo che condivida i valori che ci sono più cari) e se tradisce questa aspettativa lo si ricusa.
Ma credo che questo atteggiamento abbia almeno due conseguenze problematiche. Una, per così dire, sociale e una culturale. La prima (e probabilmente la più grave) è che va così erodendosi la separazione tra pubblico e privato. Se si va avanti con questa tendenza si arriverà forse al punto in cui chiunque abbia una minima esposizione pubblica dovrà accettare che chiunque possa sentirsi libero e legittimato a indagare e giudicare il suo privato. Nel caso di cui stiamo parlando a dimostrare che siamo già ben avviati su questa strada c'è il fatto che molti commentatori non hanno nulla da obiettare sul fatto che tutta la polemica si è originata da qualcuno che ha riferito ai giornali i contenuti di una conversazione privata, come se fosse una cosa normale o addirittura giusta.
Il secondo problema riguarda l'impatto sul dibattito critico e culturale della normalizzazione della concezione per cui il giudizio che ci si fa su un artista come persona debba influenzare la maniera in cui si valuta la sua arte. Non credo che questo possa rappresentare altro che un danno per l'arte stessa: inevitabilmente finirebbero per essere favoriti le personalità più accomodanti e conformiste rispetto alle aspettative del loro pubblico, più abili a costruirsi la giusta immagine (con insomma delle abilità da influencer), anche a discapito di quelle che dovrebbero essere le qualità specifiche che andrebbero ricercate in uno scrittore (per rimanere sulla sola letteratura). A essere sfavoriti sarebbero i bravi o addirittura i grandi scrittori, che disgraziatamente sono persone spigolose o peggio. Una razza di scrittori a cui io sinceramente non vorrei fare a meno e della quale fa anche parte (e non è che lo abbiamo scoperto in questi giorni) Michele Mari.
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