#68 Il caso Roth
Uno scrittore che non si trova più e una casa editrice che non è più quella di una volta
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Le uscite di Caffè Letterato si sono fatte un po' irregolari ultimamente, lo so. Ma con l'anno nuovo ho deciso di tenere questa linea: pubblicare solo quando ho qualcosa da scrivere, piuttosto che voler inseguire la cadenza regolare a tutti i costi. Il che significa meno numeri della newsletter, ma forse mediamente più interessanti (o almeno si spera).
In ogni caso, oggi vi propongo un mio rant intorno a una questione su cui forse avrete già sentito qualche polemica nei giorni scorsi: la scomparsa di Philip Roth dalle librerie italiane in seguito all'acquisizione dei diritti di questi da parte di Adelphi. Ne approfitto anche per allargare il mio discorso per esporre la mia opinione su come tutta l'operazione è il segno di come Adelphi stia smarrendo la sua identità.
Segue poi la solita rassegna, che a questo giro è particolarmente corposa e con diversi articoli molto interessanti. C’è poi una nuova puntata di Linea C uscita nelle scorse settimane.
Buona lettura!
Il caso Roth
Da qualche tempo nelle librerie italiane e negli store online non si trovano più i libri di Philip Roth tradotti in italiano. Della cosa si è molto discusso nei giorni scorsi (qui trovate tutta la vicenda spiegata alla Post).
Riassumiamo brevemente: nel nostro paese Roth era stato sempre pubblicato da Einaudi. Quasi due anni fa, con una mossa che aveva sorpreso un po' tutti, Adelphi aveva acquistato i diritti per la pubblicazione in Italia di tutti i libri del grande scrittore americano. Fino a poco fa l'unica cosa che aveva prodotto questo passaggio di diritti era stata una nuova edizione di Lamento di Portnoy che a sua volta era stata piuttosto discussa (ci torniamo tra poco). Da poco si è aggiunta un’altra conseguenza dell’operazione: mentre siamo in attesa che Adelphi ritraduca e ristampi altri libri di Roth, Einaudi ha dovuto ritirare dal mercato tutte le copie dei suoi romanzi ancora in circolazione. Risultato: a parte Portnoy nessun libro di Roth in italiano è attualmente acquistabile. E così rimarrà ancora a lungo: coi ritmi di ripubblicazione annunciati da Adelphi (cioè due o tre libri all'anno) ci vorrà almeno una decina d'anni prima di riavere tutto Roth a disposizione.
Certo, non che leggere Roth tradotto sia diventato impossibile: esistono le biblioteche dove le vecchie edizioni Einaudi sono piuttosto diffuse. Ma comunque il fatto che i libri di uno dei più importanti romanzieri contemporanei non siano disponibili nelle librerie del nostro paese è quantomeno anomalo e mi viene difficile dare torto a chi, nei giorni scorsi, ha commentato la cosa con forti note di disappunto o polemica.
A me personalmente tutta l'operazione di Roth ad Adelphi mi aveva lasciato perplesso fin dall'inizio: immagino che nelle intenzioni sarebbe dovuta apparire come una dimostrazione di forza, in realtà mi è parsa fin da subito il segno conclamato del declino della casa editrice rimasta orfana di Roberto Calasso. Il lato economico a me come lettore interessa relativamente poco, ma anche su quel fronte l'operazione pare discutibile: si parla di circa un milione sborsato da Adelphi; nel campo dell'editoria una cifra altissima. Adelphi ci rientrerà vendendo le nuove edizioni dei libri di Roth? Probabilmente sì, ma impiegherà anni. Certamente quei soldi potevano essere investiti in maniera più sensata che per ottenere la possibilità di pubblicare uno scrittore già ampiamente diffuso.
Ma è soprattutto sul fronte culturale e simbolico che il biasimo è particolarmente giustificato. Ora, inutile qui dilungarsi a spiegare come e perché Adelphi sia una casa editrice circondata da un'aura "speciale". Oggi in Italia è forse l'unica grande casa editrice capace di conferire, nella percezione comune, un valore peculiare ai libri che pubblica anche solo per il fatto di essere lei a pubblicarli. Mi pare che con l'acquisizione di Roth Adelphi compia un tradimento (forse non l'unico né il primo, ma di certo il più evidente) a quell'identità che le ha permesso di occupare a lungo quella posizione di eccezionalità nell'editoria italiana.
Perché quello che ci si aspetta da Adelphi è la scoperta degli autori. Ci si aspetta che gli autori di Adelphi siano adelphiani, ma perché vengano percepiti come tali c'è bisogno che sia Adelphi a farceli conoscere. Si obietterà che non tutti gli autori adelphiani fossero inediti o sconosciuti in Italia prima di entrare nel loro catalogo. È vero, ma anche in quei casi la magia che la casa editrice riusciva a compiere era quella di "ricreare" l'autore agli occhi dei lettori. Prendiamo come esempio Emmanuel Carrère: alcuni suoi libri erano stati pubblicati in italiano fin dagli anni '90, ma ottenendo pochissimo successo o attenzione nel nostro paese; nel 2012 inizia a venire pubblicato da Adelphi e l'aura adelphiana cambia completamente il modo con cui viene recepito in Italia, facendolo diventare uno degli scrittori contemporanei francesi più letti nel nostro paese. Altro esempio spesso citato (per rimanere nell'ambito della letteratura in lingua francese): George Simenon, non era certo uno sconosciuto prima di entrare nel catalogo Adelphi; ma il passaggio alla casa editrice di Calasso rivoluzionò la maniera in cui era considerato: da semplice giallista ad autore a cui poteva essere riconosciuto un valore letterario significativo.
Ora, con Philip Roth una operazione di questo genere non si può compiere. Non si può scoprire Roth oggi, non si può neppure ricrearlo. Perché per Roth non c'è alcuna posizione di marginalità o svalutazione da cui recuperarlo. Era già un autore consideratissimo, apprezzatissimo, lettissimo sotto Einaudi. L'acquisizione da parte di Adelphi non ci porterà a riscoprire un autore dimenticato o sottovalutato portandolo sotto una luce nuova. Anzi, per ora l'unica cosa che fa è sottrarcelo. Le prossime ripubblicazioni non faranno altro che colmare un vuoto creato artificialmente dalla stessa operazione di Adelphi.
In questa ottica si interpretano meglio anche certe scelte editoriali che hanno accompagnato l'anno scorso l'uscita del primo romanzo di Roth riproposto da Adelphi: dal cambio di titolo che da Lamento di Portnoy è diventato Portnoy (sono state date arzigogolate spiegazioni per giustificare questa scelta, ma nulla mi toglie dalla testa che la principale ragione sia stata quella di dare un motivo in più per discutere dell'uscita del libro), alla copertina con uno stile estetico lontanissimo da quello fino ad oggi legato ai libri di Roth. Tutti segnali per dare a intendere che si sta proponendo "un Roth nuovo". Ma l'impressione generale è quella della caricatura della tipica operazione adelphiana di recupero, perché appare tutto forzato e superficiale: un puro restyling di facciata che nessuno aveva chiesto. Difficilmente, anche con le prossime uscite, percepiremo questo "nuovo Roth" adelphiano, perché nessuno sentiva il bisogno di un "nuovo Roth". Ci bastava poter continuare a leggere quello che avevamo già.
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Linea C
È uscita qualche giorno fa la nuova puntata di Linea C.
Questa volta abbiamo ospitato Priscilla De Pace, che tra le altre cose è autrice di una delle newsletter italiane più interessanti in circolazione, Una goccia.
Con lei abbiamo parlato con lei abbiamo parlato di cultura di internet, del web di ieri e di oggi, di centri commerciali e nostalgia, di videogiochi che hanno creato mondi come The Sims e Minecraft, di Dino Buzzati. E pure di Substack.
Se vi va potete, come sempre, vedere la puntat su YouTube
Oppure ascoltarla su
E per oggi è tutto.
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