#64 Facilità o chiarezza?
Diversi articoli interessanti e qualche riflessione (ancora) sulla scrittura
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Riecco qui. Oggi torno a proporvi un articoletto estemporaneo in cui provo a mettere su carta alcune riflessioni sulla scrittura che mi accompagnano ogni tanto. La “facilità“ è un qualità? “Scrivere difficile“ ha un valore? Ma poi difficoltà significa necessariamente oscurità? Può (e deve) esistere una “difficoltà chiara“? Ho provato a dare le mie personali risposte a queste domande nelle righe che trova più sotto.
Ma prima c’è una rassegna piuttosto ricca di pezzi interessanti. Buona lettura!
Rassegna🗞️
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L’arte occulta delle rovine urbane
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Facilità o chiarezza?
Sarà che è destino comune rimanere, anche a distanza di anni, un po’ fissati con l’argomento su cui si è fatta la tesi di laurea, ma periodicamente mi capita di ritornare sulle epistole di Francesco Petrarca e scoprirci, anticipate di secoli, questioni intorno l’attività intellettuale che sono più o meno le stesse su cui ragioniamo oggi.
Prendiamo la quinta epistola del tredicesimo libro delle Epistole Familiari: in questa lettera Petrarca parla di stile e del suo personale modo di approcciarsi alla scrittura. Ad un certo punto arriva a descrivere quello che potremmo definire il suo “lettore ideale”:
Non mi affatico per essere oscuro ma chiaro. Desidero infatti essere compreso, ma da chi possiede intelletto e, anche da costoro, non senza un loro intenso raccoglimento che sia però non ansioso, ma sereno (...) Io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi a me solo, e non alle nozze della figlia o alla notte con l’amante o alle insidie del nemico o al processo o alla casa o al podere, al tesoro; e almeno finché legge io voglio che stia con me (...) Se non gli garbano tale condizioni lasci perdere che non fa per lui; io non voglio che studi nel momento stesso in cui si occupa di altro; non voglio che apprenda senza fatica ciò che non senza fatica io ho scritto.
Voglio soffermarmi sull’ultima frase: Petrarca dichiara che non vuole risparmiare la fatica al suo lettore, che è un modo per dire che non vuole evitare la difficoltà in quello che scrive. Una tale affermazione probabilmente incontrerebbe il biasimo di un esperto di comunicazione (cioè di marketing) per cui la prima regola è sempre quella di ridurre le asperità per il consumatore finale, evitargli la fatica e rendere tutto liscio e semplice.
Eppure se non vogliamo parlare di mera comunicazione, ma appunto di scrittura, forse faremmo bene ad ascoltare Petrarca. Scrivere cose che possono richiedere un certo grado di impegno al lettore, scrivere “difficile” insomma, è una qualità. Certo non lo è sempre: rendere difficile ciò che può essere facile è tutt’altro che un merito. Ma voler rendere tutto semplice è un difetto anche peggiore.
Non voglio lanciarmi nell’ennesima deprecazione dei tempi correnti (abitudine in cui, peraltro, già Petrarca nel Trecento si abbandonava spesso e volentieri), ma questa tendenza a voler ridurre qualunque argomento alla misura di un reel riassuntivo o di carosello divulgativo è dannosa per la conoscenza. Semplificare farà risparmiare fatica al lettore, renderà i tuoi “contenuti” più digeribili e apprezzabili, ma dopo una certa soglia significa appiattire, rinunciare a qualunque profondità e quindi a qualunque valore di quello che si sta scrivendo. Insomma, in nome della facilità c’è il rischio di sacrificare troppo.
E poi per capire davvero qualcosa uno sforzo, da parte di chi legge, è necessario. È necessario sperimentare l’attrito del pensiero che la complessità implica. Altrimenti la lettura si riduce a pura passività, ad introiettare nozioni senza arrivare a possederle davvero.
E tuttavia, nel passo citato, Petrarca scrive anche «non mi affatico per essere oscuro ma chiaro». Perché difficoltà non vuol dire necessariamente oscurità, così come chiarezza non è sinonimo di facilità. Le due polarità (facilità-difficoltà e chiarezza-oscurità) si possono confondere e in effetti spesso si sovrappongono, ma non sono la stessa cosa. Perché parlando di difficoltà o facilità di un testo, ci si riferisce, come dicevamo, allo sforzo che può essere richiesto o meno per capirlo; con chiarezza o oscurità si intende quanto è nitida la visione che emerge da quello sforzo.
La difficoltà non esclude la chiarezza, né viceversa. Un testo può essere contemporaneamente difficile è chiaro: lo è quando dispiega una grande complessità, ma una volta che si impara a districarla tale complessità si rivela perfettamente esplorabile o addirittura abitabile. È il testo che richiede impegno, ma che lo ripaga equamente in termini di comprensione.
Certamente difficoltà e chiarezza sono una combinazione frutto di un equilibrio non semplice da trovare e mantenere: chi vuole essere chiaro può cadere facilmente nella tentazione di semplificare troppo; e, dall’altra parte, chi maneggia la difficoltà deve sforzarsi per non risultare oscuro. Resta, però, che la “chiarezza difficile” sia la combinazione a cui personalmente ambisco quando scrivo (non riuscendo a raggiungerla sempre ovviamente) e anche quella che apprezzo di più come lettore.
Con questo non voglio togliere valore all’oscurità, che in chiave letteraria resta uno strumento potente. Ma per una questione di gusti e inclinazioni personali, se penso ai “grandi oscuri“ come Joyce o Gadda mi imbatto per lo più in scrittori che ammiro, ma che non amo. Se penso ai miei autori preferiti, invece, trovo nomi come Proust o Borges, scrittori che attraverso la scrittura creano una complessità che è insieme labirintica e cristallina: il genere di scrittura che mi porta più felicità come lettore.
E per oggi è tutto.
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Ci vediamo tra una settimana


