#63 Pezzi buoni (1)
Inauguriamo una nuova serie
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Ritorniamo dopo una pausa durata un po’ troppo, dato che per vari motivi ho saltato ben due settimane di fila. E ritorniamo rimescolando, ancora una volta, un po’ le carte rispetto al format consueto di questa newsletter.
Mi piacerebbe, infatti, iniziare una nuova serie di articoli da sviluppare nei prossimi mesi. Ultimamente ci siamo concentrati soprattutto sulla rassegna di pezzi, dedicando qualche paragrafo a quelli che di settimana in settimana a quelli che trovavo più interessanti. In questa nuova serie che ho chiamato pezzi buoni, invece vorrei dedicarmi ad un solo articolo, per volta, per analizzarlo più in profondità e provare a rispondere alla domanda “perché funziona così bene”. Tra i “pezzi buoni” che verranno presi in considerazione ci saranno sia articoli usciti di recente che “classici” ripescati dalle raccolte di grandi autori. Oggi iniziamo con un pezzo recente.
Ah, ovviamente, continuerà ad esserci anche la solita rassegna con gli articoli che mi sono piaciuti di più delle ultime settimane. E poi un paio di cosette mie pubblicate di recente.
Non mi dilungo oltre. Buona lettura
Pezzi buoni (1)
L’articolo su cui mi vorrei soffermare un po’ oggi è Noi altri girardiani di Alessandro Lolli, uscito qualche giorno fa su Il Tascabile.
È un pezzo che personalmente ho trovato molto bello, pertanto il primo (scontato) consiglio è quello di andarselo a leggere. È piuttosto lungo ma ne vale la pena. E ci si renderà conto che non è neppure così lungo, ma anzi presenta un’ottima capacità di sintesi, se si considera la complessità dell’operazione che mette in atto e che qui vorrei provare ad analizzare.
Volendo riassumere al massimo, l’articolo parla del pensiero di René Girard (in occasione dei dieci anni dalla sua scomparsa) e delle applicazioni di tale pensiero all’oggi. Già solo questo ci introduce a quello che è uno dei problemi fondamentali del giornalismo culturale: come trattare adeguatamente temi decisamente vasti e complessi (come tendenzialmente sono quelli che possiamo fare rientrare sotto la categoria della cultura) nello spazio relativamente piccolo dell’articolo? Come farlo con l’ambizione di rendere onore all’argomento di cui si sta scrivendo, cioè di non appiattire o semplificare troppo, di non sacrificare troppo in termini di complessità e profondità? Il problema si pone anche quando ci si occupa di un singolo oggetto culturale (un libro, un film, eccetera). Figuriamoci quando si tratta dell’intero sistema di pensiero di un autore come Girard.
Oltre alla mera capacità di sintesi di cui dicevamo sopra (che comunque è una qualità non scontata) diventa necessario adottare delle strategie: fare delle scelte mirate che consentano se non di “far passare tutto” (resta ovvio che per avere cognizione piena di Girard bisogna leggere le opere di Girard), almeno diano un’idea di dove sta il valore e l’interesse di quel tutto. In un certo senso si tratta più di un indicare, ancora prima che uno spiegare. Ma, appunto, quando l’oggetto è molto complesso anche l’indicare è un gesto che richiede intelligenza e studio.
L’articolo di Lolli è interessante anche perché esplicita fin dall’inizio le difficoltà che un pezzo del genere presenta. Il pensiero di Girard è troppo complesso perché si possa riassumere e basta:
La chiamo Teoria del tutto perché la teoresi di Girard non mancava certo di ambizione o di sistematicità. Spaziando tra antropologia, psicologia, sociologia e storia delle religioni, con un pugno di intuizioni debitamente sviluppate e interconnesse, Girard pretese di spiegare la condizione umana nel suo insieme e, quasi en passant, la natura di Dio stesso: di quello vero e di quelli falsi. Tanto sviluppate e interconnesse sono queste intuizioni ‒ e la Teoria del tutto che ne segue ‒ che è complicato introdurle quali strumenti di analisi del presente senza un approfondimento adeguato. Allo stesso tempo, l’originalità di queste intuizioni fa sì che un’esposizione a volo d’uccello dei principali assunti del pensiero girardiano risulterebbe, alla meglio, una cascata di affermazioni arbitrarie e, alla peggio, uno sproloquio da manicomio.
Sì, le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che solo enunciarle in un testo breve come questo rischia solo di scandalizzarvi e farvi scappare quanto più lontano possibile dal suo universo mentale.
Una volta esplicitata la difficoltà, viene esplcitata anche la strategia costruita su misura per affrontarla. Ripeto: questo articolo è prezioso non solo perché - come dicevamo - è un caso da manuale di una sfida fondamentale per il giornalismo culturale, ma anche perché decide di giocare a carte scoperte: si prende il suo tempo per mostrare come intende procedere, di mettere in chiaro le sue stesse regole. Leggiamo:
Ho pensato quindi di proporvi tre ipotesi fondamentali e indigeribili del pensiero girardiano e, insieme a queste, una versione diminuita delle stesse, una sorta di argomento minore ‒ apocrifo e di mia invenzione ‒ che limita la portata dell’affermazione originaria ma ci consente di metterle al lavoro sulla contemporaneità senza che il lettore sia costretto a confrontarsi con l’intera opera girardiana per farsi un’idea dettagliata, positiva o negativa che sia. Infatti le ho chiamate ipotesi ma, come ho anticipato, il suo pensiero è così interconnesso che ciascuna di queste affermazioni può essere fatta discendere dall’altra e viceversa.
Questa idea degli argomenti minori apocrifi viene presentata come risposta pragmatica a un problema: il pensiero di Girard riassunto nel giro di un articolo rischierebbe di risultare al lettore non solo respingente, ma anche inservibile. L’argomento apocrifo è lo strumento che l’autore dell’articolo crea per raggiungere il vero obiettivo dell’articolo (come vedremo meglio tra poco) che non è tanto illustrare il pensiero di Girard, quanto applicarlo alla nostra contemporaneità. Un obiettivo che può essere raggiunto nello spazio dell’articolo solo attraverso un lavoro attivo di reinvenzione parziale della materia originaria, come del resto è sempre qualunque forma di mediazione. Del resto, come avverte subito Lolli, anche soltanto dividere un pensiero compatto in una serie di ipotesi distinte è già di per sé una forma di mediazione, cioè un tradimento necessario che viene apertamente riconosciuto come tale.
Sulle ipotesi in questione vi lascio alla lettura dell’articolo. Vorrei piuttosto ora soffermarmi su quello che - come scrivevo poco sopra - è il vero scopo dell’articolo: non solo spiegare e Girard, ma anche e soprattutto usarlo per capire il presente. E se le premesse dell’articolo sono molto utili per capire come funziona il giornalismo culturale, questo aspetto può servirci invece per spiegare a cosa può servire.
Del resto l’articolo si apre così:
“Chissà che direbbe se fosse ancora vivo” si sospira pensando a tutti i grandi maestri che ci hanno lasciato e che, per un motivo o per l’altro, supponiamo avrebbero tanto da dire sulla nostra povera contemporaneità. L’idea è che i nostri tempi, che costoro non hanno fatto in tempo a vedere, portino il segno visibile delle loro intuizioni finalmente avverate oppure che presentino nuove sfide che sembrano fatte apposta per essere interpretate dalla loro cassetta degli attrezzi teoretica. Non sono il solo a pensare che entrambe queste affermazioni siano vere per René Girard, il grande filosofo e antropologo francese scomparso precisamente dieci anni fa, il 4 novembre 2015.
L’attacco è (consapevolmente) un cliché: il domandarsi cosa direbbero del presente personaggi che non lo hanno potuto vedere. Eppure questo cliché è alla base forse non solo del giornalismo culturale, ma della cultura stessa, cioè di un patrimonio di pensiero elaborato nel passato che ha valore solo fin tanto che può offrirci strumenti utili per l’oggi. La chiave di un buon articolo culturale, dunque, potrebbe essere proprio prendere sul serio quel cliché.
E, coerentemente a queste premesse, nell’articolo, oltre ad illustrare le “ipotesi” di Girard a cui abbiamo accennato prima, le si utilizza per spiegare alcuni fenomeni della contemporaneità, in particolar modo quelli legati ai social network che non per nulla Lolli, sempre nei primi paragrafi, definisce «da un lato una sorta di piastra di Petri del pensiero girardiano, dall’altro un acceleratore di queste dinamiche che rende le sue riflessioni più attuali che mai».
Ma l’articolo fa anche un passo in più. Non tratta solo di fenomeni “genericamente attuali” come le dinamiche dei social network, ma va ad analizzare un preciso episodio recente come lo scandalo suscitato giusto qualche mese fa dal gruppo Facebook “Mia moglie”.
L’estate scorsa, per un paio di settimane, l’opinione pubblica si è scandalizzata per un gruppo Facebook chiamato “Mia moglie” in cui decine di migliaia di mariti italiani pubblicavano foto delle loro consorti ‒ sembra quasi sempre senza consenso ‒ affinché venissero rese oggetto del desiderio di una folla di altri uomini sconosciuti. Lo scandalo si è giustamente concentrato non tanto sul gioco erotico in sé quanto sulla diffusa assenza di consenso al gioco stesso da parte delle donne coinvolte loro malgrado. Stupisce però che quasi nessuno si sia comunque interrogato sul perché questi ormai mitici trentaduemila uomini italiani si trovassero tutti a loro agio in una perversione apparentemente così specifica e marginale che non ha neppure una vera e propria traduzione nella nostra lingua ‒ il cuckolding. Quasi nessuno eccetto un’autrice che, proprio su queste pagine, ha correttamente parlato di “classica diffrazione di stampo girardiano” per descrivere ciò che stava avvenendo lì.
E infatti non sarebbe poi così esagerato indicare il cuckolding come forma universale del desiderio secondo Girard. Di questo stavano litigando lui e Freud mentre si rotolavano nel fango. Il Padre della psicanalisi ha introdotto il triangolo con il complesso d’Edipo mentre per Girard il triangolo è la forma di tutte le relazioni e quella edipica è solo la prima di queste ma non ha nessun primato epistemologico nella genesi del desiderio. Nella sua prima opera, Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), analizzando un pugno di classici moderni ‒ Cervantes, Stendhal, Flaubert e Dostoevskij ‒ Girard individua la struttura fondamentale del desiderio nella triangolazione tra un soggetto, un mediatore (in seguito chiamato anche modello/ostacolo) e un oggetto. Il desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni violenza.
In questo passaggio mi pare che si incastrino perfettamente le due ambizioni dell’articolo: spiegare Girard e spiegare qualcosa della contemporaneità attraverso Girard.
Il caso attuale diventa un esempio perfetto per illustrare come funziona il desiderio secondo Girard. Viceversa l’utilizzo del pensiero girardiano getta una nuova luce per comprendere più in profondità il caso attuale. I due elementi (la teoria e l’attualità) si illuminano a vicenda, laddove una senza l’altra rischierebbero di cadere nell’astrattezza (la pura teoria) o nella superficialità (la mera condanna di atti moralmente spregevoli, che abbiamo già visto in decine e decine di caroselli sull’argomento)
Riuscire a innescare questo circolo virtuoso è una delle aspirazioni più felici che può avere il giornalismo culturale.
Rassegna🗞️
Frammenti di televisione: da Blob a Prossimi congiunti
Il linguaggio secondo John R. Searle
A proposito di linguaggio: le parole della militanza
Libri-game e narrazione post-digitale
L’età d’oro dei centri sociali
Leggere Abdulrazak Gurnahé, il Nobel misconosciuto
I musei (quasi) invisibili dietro ai musei
Il rap spiegato da Mark Fisher
Simulare la realtà: i mondi paralleli di Football Manager
Cose mie
Per Snaporaz ho fatto una intervista a Raffaele Alberto Ventura.
Ventura ha da poco pubblicato il suo nuovo saggio, La conquista dell’infelicità (Einaudi). Libro molto bello e doloroso per chi insegue l’aspirazione di fare questo benedetto lavoro culturale, su cui peraltro proprio in questi giorni si sta dibattendo parecchio.
Il libro di Ventura ve lo consiglio. Ma se intanto avete voglia di un assaggio di alcuni dei suoi contenuti principali, nella mia intervista ho provato a toccarli.
In queste settimane è uscita anche la nuova puntata di Linea C.
A questo giro abbiamo avuto come ospite Giorgio de Finis, antropologo, artista e curatore museale indipendente. È stato direttore del MACRO e lo è tuttora del MAAM (di entrambe le esperienze si parla abbondantemente nella puntata). Con lui abbiamo chiacchierato di arte relazionale, dei problemi del sistema dell’arte, di cosa può essere un museo e di che rapporti può avere con la città e la comunità.
Poteve vederla qui:
Come sempre la puntata è disponibile anche su Spotify
E per oggi è tutto.
Ti ricordo che puoi recuperare tutte le uscite precedenti qui e che se ti piace Caffè Letterato puoi supportarlo aiutandomi a farlo conoscere condividendolo, inoltrandolo, consigliandolo. E ovviamente, se non l’hai già fatto, iscrivendoti.
Ci vediamo tra una settimana


