#62 Sconfinamenti
Gli articoli dal 20 al 26 ottobre
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Anche questa settimana ecco qualche proposta di lettura che potrebbe interessarvi. Tra gli articoli in cui mi sono dilungato un po’ di più c’è una intervista a uno scrittore che forse non conoscete ma che vale la pena di approfondire. E poi la cronaca di un esperimento con l’IA. Fra i pezzi dove, invece, mi sono limitato a segnalazioni più rapide si parla di cinema, videogiochi, condomìni e martiri del trash.
Ho notato che nelle ultime settimane sono arrivati un po’ di nuovi abbonati, quindi ne approfitto per rinnovare l’invito che faccio periodicamente di lasciare feedback e consigli: rendiamola più aperta e dialogata questa newsletter.
Ma intanto buona lettura!
Rassegna🗞️
Uno scrittore di frontiera
Oggi iniziamo con una bella intervista apparsa su Il Tascabile. Si intitola Dall’altra parte, la firma Bartolomeo Cafarella e l’intervistato è Heriberto Yépez.
Yépez è scrittore, saggista, poeta, pensatore - e chi più ne ha più ne metta - messicano, autore di più di trenta libri. In Italia finora ne è stato pubblicato solo uno L’impero della neomemoria, uscito qualche mese fa per Timeo (se mi è permessa un po’ di autopromozione, segnalo che ne ho già scritto: qui). Credo che prima di questa uscita quasi nessuno avesse mai sentito parlare di Yépez dalle nostre parti. Ma tutte le persone con cui ho avuto modo di parlare che hanno letto o stanno leggendo L’impero della neomemoria lo hanno descritto come un libro folgorante, ed io mi trovo d’accordo.
Molto interessante, dunque, avere la possibilità di saperne di più su questo scrittore (che resta una figura ancora parzialmente misteriosa) attraverso questa intervista. E, come è giusto aspettarsi da una intervista ad uno scrittore, a emergere è soprattutto il rapporto tra la sua vita personale e il suo lavoro intellettuale. Yépez vive a Tijuana, città di frontiera per eccellenza, e questo pare essere la premessa per una scrittura ossessionata dal concetto di frontiera nei suoi vari significati.
Una scrittura, insomma, che sembra sempre programmaticamente tesa a parlare di confini (geografici, culturali, concettuali) ma anche di scavalcarli. Una delle idee più potenzialmente interessanti elaborate da Yépez è appunto quello di “esofilosofia“: la filosofia fatta con ciò che sta fuori dai confini della filosofia.
Scrivo praticamente tutti i generi, in due lingue, su molti argomenti, ma vivere a Tijuana, il confine con più attraversamenti giornalieri al mondo, la capitale del narcotraffico, mi ha sicuramente segnato come scrittore. Sento di essere in grado di dialogare con molte altre letterature e contesti, offrendo ciò che questo confine permette di vedere sul mondo, allo stesso modo in cui uno scrittore di New York, Roma, Buenos Aires, Barcellona, Dublino, Pechino, ha una prospettiva unica, che gli permette di dire qualcosa che solo da lì si può dire sulla nostra esperienza globale. Tijuana è una città radicale. Molto crimine, molti attraversamenti, molta povertà, molta ricchezza. È la città più mafiosa e postnazionale d’America. Ringrazio Dio per avermi fatto nascere qui. Ma appena lo penso, credo che dovrei ringraziare anche il Diavolo. Ma a Satana si deve dire grazie o vomitargli addosso?
L’IA lettrice
Da qualche tempo sono diventato molto cauto a proposito degli articoli che parlano di intelligenza artificiale: ne leggo pochi e ne segnalo ancora meno. Il motivo è ovvio: ne escono troppi. E per lo più quelli che escono sono - sia che facciano parte del filone degli apocalittici che di quelli degli entusiasti o di una qualche via di mezzo tra i due - piuttosto ripetitivi. Questo è ancora più vero quando si parla del rapporto tra IA e scrittura.
Faccio un’eccezione per questo pezzo di Fabrizio Patriarca uscito su Snaporaz, Meglio un’intelligenza artificiale dell’idiozia culturale, perché riesce a trovare un aspetto originale e (almeno da quanto ne so) ancora poco battuto sulla questione dei possibili usi dell’IA.
Patriarca porta il suo punto di vista da scrittore sulle IA, ma non per l’ennesima serie di riflessioni su come scrive l’intelligenza artificiale, con tutti i soliti quesiti (scrive bene? Scrive male? Cosa può e non può fare rispetto a un essere umano? Cosa potrà fare in futuro? Potrà sostituirci?) che infine si rivelano un po’ oziosi nel momento in cui si considera che in genere uno scrittore vuole scrivere e quindi se ne fa poco di uno strumento che potrebbe scrivere al posto suo. Piuttosto l’autore del pezzo è interessato a come l’IA possa ricoprire un altro ruolo: quello del lettore.
Forse nell’IA si può manifestare il proprio lettore ideale, capace di elaborare pareri ed analisi su quanto scritto in maniera più profonda e più libera da pregiudizi rispetto la maggior parte dei lettori in carne d’ossa, compresi “lettori professionisti” come gli editor. Insomma, se il vero e più prezioso contributo che l’intelligenza artificiale può dare alla scrittura non fosse nella scrittura stessa, ma nel poter dare il giudizio più utile e centrato di cui uno scrittore abbia bisogno?
Il pezzo è la cronaca di un esperimento per mettere alla prova questa ipotesi.
L’idea è prendere un pezzo di tecnologia il cui uso si sta affermando in senso performativo e fargli fare l’esatto opposto. Un impiego imprevisto, o comunque non ancora codificato tra le abitudini degli utenti. Finora stiamo usando il nuovo per fare il vecchio (l’IA che scrive, provate a dire a un dodicenne che il suo iPhone serve a telefonare). Quando vedo che il nostro rapporto con l’IA è blindato da una concezione tutto sommato “man-oriented”, mi viene istintivamente voglia di una letteratura “machine-oriented”, per eludere il vecchiume implicito all’utilizzo passatista delle nuove tecnologie. Quindi: «Leggi! Ché a scrivere ci penso io».
In breve
Due film (molto diversi) che raccontano il presente
Continuando a parlare di cinema: lo sguardo femminista in due documentari di autofiction
Fenomenologia di Andrea Diprè
E per oggi è tutto.
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Ci vediamo tra una settimana


