#61 Tutto città (quasi)
Gli articoli dal 7 al 19 ottobre
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Mi piace quando riesco a trovare un filo conduttore che unisce gli articoli (alcuni almeno) che vi propongono. Entrambi i primi due articoli della rassegna di oggi parlano del rapporto che abbiamo (o meglio, dei rapporti possibili che si possono avere) con quel cosmo caotico e incomprensibile che chiamiamo città.
Seguono altre cose interessanti. Tra cui un nuovo e particolarmente vivace episodio di Linea C.
Rassegna🗞️
Magie urbane
Partiamo con questo articolo che vi piacerà se, come me, amate le storie di cose un po’ pazze che nascono online, ma poi si propagano nella vita reale. Si intitola La città è il nostro tempio, è scritto a quattro mani da Paolo Scarpelli e Tommaso Stefano Agnoni, ed è uscito su Not.
Parla di un movimento chiamato Corrente 888, meglio noto come Movimento Hexoriano: il suo scopo è la reinterpretazione/riappropriazione degli spazi urbani in chiave magica ed esoterica. Sono, insomma, fautori di una forma di «sciamanesimo urbano» che permetta di entrare in contatto con le dimensioni più profonde della città, che vadano al di là degli automatismi percettivi o del piatto funzionalismo che forma lo strato superficiale di quella che chiamano «Realtà consensuale».
Al di là degli aspetti più folkloristici (i rituali, l’evocazione di divinità ed altre entità misteriose che si nascondono nell’arredo urbano), il movimento è soprattutto una ricerca di strategie alternative per riappropriarsi degli spazi comuni e di vivere la comunità, al di fuori dai confini opprimenti del realismo capitalista, costruendo una sorta di «senso civico mistico» che contemporaneamente guarda al passato (il recupero di un “senso del sacro“) e si proietta al futuro con spirito utopista.
Gli hexoriani mettono in atto vere e proprie operazioni di hacking urbano, la città è un sistema che può essere trasformato, le sue energie possono essere espropriate, strappate a coloro che le depredano e ridistribuite equamente. Il mago hexoriano è una sorta di sciamano di quartiere, un social justice wizard, un protettore mistico della comunità nel sacro nome del Messaggio. Il Messaggio non è un concetto che può essere espresso con le parole, è qualcosa che viene ricevuto dalle divinità e che va compreso intimamente e poi messo in pratica, incarnato. “Una volta che hai sentito il Messaggio, devi diventare il Messaggio.”. Tuttavia un vago sentore del suo significato più profondo, può essere riassunto da uno degli slogan del Movimento: “Non sei solo. La Città ci nutrirà. Nutri la Città”.
Pensare Roma
Continuiamo a parlare di città, anzi di una città in particolare che però è anche “l’urbe” per eccellenza: Roma.
Scrivere su Roma di Francesco Pecoraro uscito su Snaporaz, è una sorta di personal essay in cui l’autore racconta il suo rapporto con la città (dove è nato e vissuto sempre, che più volte ha narrato come scrittore, e di cui si è occupato anche professionalmente lavorando per oltre trent’anni come architetto della pubblica amministrazione) per parlare sostanzialmente della dimensione di insuperabile inconoscibilità che non può non caratterizzare una grande città.
C’è una città personale nella mente di ciascun abitante: una mappa relativamente ordinata fatta di luoghi conosciuti e attraversati e di «enti urbani» vari. Ma si tratta solo di uno schema approssimativo disegnato sopra una realtà straripante, misteriosa, caotica e irriducibile a qualunque semplificazione. Questo è il nostro rapporto con la città, che forse non è poi così diverso dal nostro rapporto con la realtà in generale.
Di solito reagiamo all’immensità inconoscibile della metropoli restringendo i nostri spazi di immediato riferimento, quelli dell’esistenza quotidiana, che si rattrappiscono nella loro marginalità rispetto a un centro che magari non esiste più nelle forme che conoscevamo. Reagiamo al senso di marginalità che ci procurano gli ambiti di riferimento ristretti, dichiarandoci a nostra volta centrali. È così che si forma il sistema multipolare di micro-città, forse meglio dire di sub-città fisico-mentali, di cui è costituita la Roma contemporanea, con la sua mancanza di una rete di connessione tra le parti e il tutto che genera un’enorme difficoltà di spostamento, del resto accettata da tutti come un destino inevitabile e ormai caratterizzante la città. Roma è la città che ti mangia la vita se devi prendere tutti i giorni la metro, o “i mezzi”, o l’auto.
Experience economy
Cambiamo argomento: passiamo dallo spazio delle città al tempo delle nostre vite. Al tempo libero per la precisione. Si parla tanto dell’importanza del tempo libero, ma poi chi lo vuole davvero? Pochi, si direbbe stando ai dati che parlano di quanti soldi spendiamo oggi per trovare modi creativi con cui impiegarlo questo tempo.
Corsi, workshop, laboratori e tutto ciò che dia almeno l’impressione di fare qualcosa, sono al centro dell’articolo C’è una esperienza per tutto, di Gianluca Diegoli, pubblicato da Link. L’autore riflette su cause, conseguenze e contraddizioni del recente boom di questo tipo di “prodotti”.
Alla base di questa fame di esperienze pare, appunto, esserci una certa incontenibile ansia dell’usare il proprio tempo. È come se mentre da un lato si soffre per il tempo che il lavoro ci porta via, dall’altro lato non si riesca a tollerare che quello che ci rimane resti inutilizzato, che non venga messo a frutto in qualche modo. Ad essere particolarmente preferite sono le attività con una spiccata dimensione “materiale” e pratica (artigianato, cucina, bricolage): forse perché non reggiamo più la pervasiva immaterialità di una quotidianità dominata dal consumo di contenuti online e scrolling compulsivo.
A riflettere su entrambi i punti, si direbbe che si tende a rispondere (senza risolvere, peraltro) a una degenerazione con un’altra degenerazione, a lenire una nevrosi con un’altra nevrosi. A gioirne è il sistema economico che intanto continua a tenerci ben stretti nel suo ciclo di consumo senza fine.
Dopo l’era dei prodotti e dei servizi, siamo entrati infatti ufficialmente in quella che il marketing chiama pomposamente Experience Economy. L’esperienza è, in pratica, tutto ciò che non serve a nulla dal punto di vista dell’homo oeconomicus, non ha né funzione pratica, né è davvero status symbol. Per questo gli economisti fanno ancora fatica a comprendere come possa valere ormai più del 22% del PIL globale, come si legge in un recente report Mastercard. Il marketing invece lo capisce molto bene: il pubblico che non vuole più “tempo libero”, ma solo “tempo da impiegare”, è un target perfetto: non giudica i costi, non questiona sul prezzo, valuta solo quanto se ne torna felice a casa. Tutto questo fa sì che il margine sia spesso alto, detto tra noi.
In breve
Su critica e autorità: una bella intervista a Andrea Long Chu
Oscar Wilde raccontato da Proust
Viva i cinemini di quartiere
Linea C
È un periodo felice per Linea C. Stanno uscendo molte puntate e molto interessanti (quindi non esitate oltre a seguirci su Instagram così vedete subito quando escono nuovi episodi).
Nell’ultima, uscita proprio ieri, abbiamo chiacchierato con Edoardo Camurri, giornalista, scrittore e conduttore televisivo, nonché autore di due libri di filosofia (Introduzione alla realtà del 2024 e La vita che brucia uscito da pochissimo, entrambi editi da Timeo) che attingono a piene mani dal pensiero delle tradizioni orientali e dalla cultura psichedelica.
Ne è venuta fuori una puntata particolarmente scoppiettante, in cui si è parlato di tempi “grandi” (dell’esperienza della meraviglia e della sofferenza, dei limiti del linguaggio, della necessità di liberarsi dalla tirannia dell’io e di molto altro) ma si è anche riso parecchio.
Come sempre potete vedere la puntata su Youtube
Oppure ascoltara su Spotify
E per oggi è tutto.
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Ci vediamo tra una settimana


