#59 Caffè lungo
Tanti articoli
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Non ci vedevamo da un po’. Questo inizio di autunno è stato piuttosto pieno per me e sono stato costretto per ben due settimane di seguito a saltare l’uscita della newsletter. Poco male, recuperiamo oggi con un numero bello ricco, dato che copre ben tre settimane di articoli interessanti.
Ho parecchi pezzi di cui parlarvi e link da condividervi, quindi non perdo altro tempo in chiacchiere e vi lascio alla lettura.
Rassegna🗞️
Morte del recensore
Se seguite Caffè Letterato da un po’ lo sapete: sarà un po’ autoreferenziale, ma in quanto newsletter che si occupa principalmente di giornalismo culturale qui si tende a dare una particolare attenzione agli articoli che parlano dello stato del giornalismo culturale. Per questo oggi partiamo con questo articolo di Matteo Moca uscito su Snaporaz che parla di come sta uno dei generi fondamentali di questo tipo di giornalismo: la recensione.
In Recensire non serve a niente si parte da una notizia che forse avete già sentito nelle scorse settimane: Associated Press, la più importante agenzie stampa americana, ha deciso di chiudere la pagina del proprio sito che pubblicava a cadenza quotidiana recensioni letterarie. Motivazione: troppi pochi lettori.
Il caso è una significativa spia della crisi di un genere che un tempo era stato la cellula base del dibattito culturale e letterario. A cosa è dovuta la crisi? si può discuterne a lungo, ma l’articolo di Moca mi pare si soffermi soprattutto su due ragioni, una esterna e una interna, per così dire, alla critica.
La causa esterna potrebbe essere descritta come l’egemonia schiacciante dello storytelling. Si direbbe che il pubblico sia interessato a farsi raccontare i libri, piuttosto che alla loro analisi (non per nulla AP ha fatto sapere che, mandate in soffitta le recensioni, continuerà ad occuparsi di libri attraverso podcast, reel, stories, cioè a formati più immediatamente vicine alle forme di storytelling contemporaneo). Che poi è come dire che è più interessato a ridurre il libro a pretesto per “fare contenuti” di intrattenimento, piuttosto che a trattarlo come qualcosa di cui vale davvero la pena parlare.
Ma anche la critica stessa ha le sue colpe. Se le recensioni sono meno lette è evidentemente anche perché sono meno interessanti. E sono meno interessanti perché spesso il critico si sottrae da uno dei suoi compiti fondamentali: il giudizio sincero. Una critica troppo accomodante, che depone le armi in partenza, non solo è poco utile, ma anche poco attraente.
È questa forse la domanda fondamentale sulla questione della critica oggi, perché se si sfogliano riviste e quotidiani è difficile non notare come sia la critica stessa ad aver deposto le armi e a essersi trasformata, nelle mani di chi critico non è, in un meccanismo facilitatore, sia per la semplicità con cui si esprime – un fraintendimento tipico del midcult di cui parlava Dwight Macdonald, una cultura che attira il pubblico illudendolo di appartenere alla Cultura Alta ma in realtà volgarizzandola e semplificandone i contenuti – sia per l’occhio accomodante con cui, nella stragrande maggioranza dei casi, ogni libro viene promosso
Il “Grande romanzo” di cui non avevamo bisogno
Ma visto che siamo partiti parlando di crisi delle recensioni, riportiamo un po’ si speranza andando a prendere una bella recensione uscita recentemente. Si intitola Digressioni su Digressione. è stata scritta da Roberto Gerace, è uscita su Il Tascabile e parla di un romanzo italiano uscito pochi mesi fa: Digressione di Gian Marco Griffi (Einaudi).
Ecco, direi, che questo sono il tipo di recensioni di cui abbiamo bisogno. Per nulla accomodante, anzi decisamente dura nei suoi giudizi, ma senza livore. Molto precisa nelle sue critiche, anche grazie al buon uso delle citazioni dirette. Inoltre è scritta - il che non guasta mai - con grande verve, con grande gusto e divertimento per la scrittura e l’esercizio della critica. Insomma, ha l’ingrediente che dovrebbe essere basilare in ogni recensione, un giudizio personale che si manifesta con libertà e precisione.
Per il merito del giudizio vi lascio alla lettura del pezzo. Mi limito qui a riassumere come l’articolo contesti a romanzo di Griffi una certa prolissità alimentata in maniera troppo artificiosa e che il libro finisce per restare schiacciato dall’ambizione di scrivere il “Grande Romanzo”, ambizione che però si rivela minata alla base da una diffusa sciatteria di fondo che la recensione va puntualmente a rilevare.
Nei romanzi riusciti le digressioni sono spesso tra le parti più belle, e lo sono proprio perché gli scrittori bravi decidono di staccarsi dal racconto della vicenda solo quando ne vale davvero la pena, perché hanno scoperto qualcosa di importante, di prezioso, qualcosa che è una distrazione fino a un certo punto, perché magari a ben vedere nasconde la sostanza di quel che intendono dire, e magari era proprio lì che volevano arrivare, e forse quando hanno cominciato a scrivere neanche lo sapevano. Ma se la digressione diventa un obiettivo programmatico, se lo scrittore decide fin dall’inizio che alla digressione lascerà piena libertà di dispiegarsi e spazio, ecco che rischia di ottenere l’effetto contrario; invece che un romanzo-galassia pieno di orbite che si attraggono, e da cui solo quando è proprio inevitabile salta fuori un corpo celeste non autorizzato, il risultato può essere invece un romanzo-soufflé dove la digressione, proprio perché istituzionalizzata, perde qualunque effetto disturbante, si normalizza e si sgonfia.
L’autofiction di Proust
Proseguiamo parlando di un altro “Grande Romanzo”, ancora più ambizioso, ma sicuramente più riuscito. Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust.
In Leggere l’autofiction a partire da Proust, di Lorenzo Marchese, uscito per Le parole e le cose (ma si tratta di un estratto di un saggio più ampio uscito sul primo numero della rivista Il romanzo. Teorie, forme, dispositivi), si parte da una domanda apparentemente provocatoria: quello che Proust fa nella sua opera può essere definito autofiction ante-litteram?
Sembrerebbe ragionevole rispondere di no. Solo superficialmente si può leggere la Recherche come una autobiografia romanzata del suo autore. Mancano indizi definitivi di una coincidenza tra il personaggio del narratore e l’autore, mentre ci sono diversi elementi fondamentali che ne sanciscono la diversità. Di fatto tutte le letture del capolavoro proustiano mirate a individuare i punti di contatto con la vita dello scrittore lasciano il tempo che trovano.
Ma soprattutto si direbbe che lo stesso Proust fosse ostile ad una concezione autobiografica di letteratura, poiché in più occasione (soprattutto negli scritti teorici, scome il Contro Sainte-Beuve) affermò la radicale differenza tra l’io-superficiale che vive e l’io-profondo che scrive. Non avrebbe senso scrivere per raccontare la propria vita, perché, secondo Proust, la persona che scrive non è la stessa che ha vissuto.
Ma - è l’intuizione di Marchese - proprio questa concezione di un io autentico accessibile solo per via artistico-letteraria potrebbe spiegare le ragioni di una auto-fiction proustiana. E questo proprio perché l’autofiction contiene in sé l’idea di “fiction”: sarebbe il genere capace di raccontare l’io-profondo perché in grado di farlo emergere attraverso gli strumenti della finzione. Si tratterebbe effettivamente di raccontare sé stessi, ma di farlo ad un livello più profondo di quello dell’autobiografia.
Ricapitolando: l’io profondo è svincolato dalle contingenze del mondo, senza per questo avere in Proust nulla di religioso o metafisico; non condivide i tratti biografici esteriori dell’io di superficie, ma al massimo vi è accomunato da alcune coincidenze referenziali non spiegabili secondo precisi rapporti causali; è il punto d’arrivo di una conoscenza artistica che, attraverso l’azione congiunta della memoria involontaria e della ricostruzione letteraria del vissuto, sta all’opposto dell’io di superficie come bagaglio di esperienze o, con termini meno neutrali, centro di raccolta delle scorie della realtà. La ridefinizione del «rapporto fra l’esperienza biografica e la creazione narrativa» su premesse completamente nuove rispetto alle estetiche positivistiche e decadenti a cavallo fra i due secoli (come ha sottolineato Orlando 2022, 111) porta Proust lontano dall’apologia dell’arte per l’arte, ma altrettanto dalla memorialistica e dal suo «sottinteso di veridicità» (Orlando 2022, 157). La soluzione intermedia, ben lontana da un compromesso, sta per Proust nell’invenzione come strada per capirsi davvero.
Un film di inseguimenti
La settimana scorsa sono andato a vedere Una battaglia dopo l’altra il nuovo film di Paul Thomas Anderson.
Anderson è probabilmente il mio regista preferito e quindi le aspettative erano parecchio alte. Posso dire che la pellicola è stata all’altezza delle attese. Ora come ora (devo ancora finire di metabolizzarlo e probabilmente vederlo un’altra volta) non saprei se metterlo tra i migliori di Anderson, ma forse davanti alla possibilità di vivere una esperienza cinematografica come questa ha anche poco senso mettersi a fare le classifiche.
Non sono un critico cinematografico, quindi non mi metto a fare disquisizioni che tutti potrebbero fare vedendo il film (a proposito: andatelo a vedere se non lo avete ancora fatto, è questa la cosa principale che ci tengo a dire). Se volete approfondire di articoli dedicati ne sono usciti parecchi. Mi limito a segnalarne uno: Inseguirsi per incontrarsi: “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson di Emiliano Ceresi, uscito su Lucy. Pezzo degno di nota tra i tanti che parlano del film anche perché particolarmente ampio e quindi adatto a fornire una buona panoramica degli spunti che l’opera di Anderson offre (ma prima di leggerlo, lo ripeto, andate a vedere il film)
Le rincorse sospirose di Licorice Pizza, dove i gli sfrenati Gary e Alana si cercano lungo le strade della San Fernando Valley, idealmente proseguono dunque anche in quest’ultima pellicola che PTA ha ammesso di aver scritto per saziare il desiderio, squisitamente estetico, di filmare inseguimenti negli spazi sterminati del deserto americano.
Il regista ci riesce mettendo stavolta in scena il legame di un padre e di una figlia e, insieme quello di un’intera generazione di militanti radicali che, braccati dal braccio armato della polizia, provano a resistere fuggendo senza requie in un’America molto vicina all’attuale e dove però, non c’è neppure il tempo di nascondersi.
Possiamo dirlo da subito: Anderson ci è parso ancora una volta all’altezza delle proprie ambizioni formali e, anzi, appena riemersi dalla sala, si è profilata netta in noi l’idea che l’autore californiano sia oggi tra i pochi in grado di restituire l’appagante sensazione di una messa in scena millimetricamente allineata ai suoi propositi.
Parliamo di fama
Finiamo (per modo dire, qui sotto c’è ancora una selezione piuttosto ricca di link ad articoli interessanti, su cui però non ho il tempo di dilungarmi) con una bella intervista.
Il titolo è Tutti famosi, è uscita su Il Tascabile, ed è una lunga conversazione tra Elisa Cuter e Alessandro Lolli intorno al recente libro di quest’ultimo, Storia della fama (Effequ).
Come spesso accade per gli articoli di cui decido di parlare in questa newsletter, è un pezzo che ho selezionato non solo perché i contenuti sono interessanti, ma anche perché è un perfetto esempio di un certo modo di fare una certa tipologia di articoli. Ecco, questa mi sembra esemplare come intervista per parlare di un libro. Si prende i suoi tempi per creare (e poi mettere su carta) un vero scambio intellettuale, mettendo sul piatto moltissimi spunti rilevanti. Non vi dico di più e vi lascio alla lettura.
La fama è un potere, qui inteso non come un’istituzione, ma come una cosa che agisce sull’animo, e se vogliamo dare un nome preciso a questo potere è un amore senza volto, quello che si riceve dal pubblico, l’amore della folla anonima. Quindi è un amore degenerato, ma rimane un amore, cioè un riconoscimento. Certo, ha un valore puramente quantitativo: la fama si caratterizza proprio in questo rispetto a tutte le altre relazioni, quelle relazioni che non sono famogene perché io so con chi sto parlando e da chi vengo riconosciuto, da chi vengo validato, da chi vengo amato, da chi vengo odiato. Si ha un rapporto di fama quando io non so queste cose, quindi ciò che conta è solo il numero.
In breve
Il linguaggio al tempo dell’algoritmo
A proposito di linguaggio, parliamo delle sue rovine
Introduzione alla scrittura profetica
Roma secondo Mario Praz
Per la nostra dose di nostalgia quotidiana, parliamo di videonoleggi
Per restare in tema nostalgia: il movimento che vuole recuperare lo spirito della vecchia internet
A che punto siamo con il tecnofedualesimo?
Streghe e funghi, ovvero pseudo-spiegazioni di ieri e di oggi
Raccontare gli adolescenti: tra incomprensione e panico morale
«Il gioco che ha cambiato il mondo»
Linea C
Giusto ieri è uscita una nuova puntata di Linea C.
Siamo stati a Firenze RiVista (il festival biennale dedicato alle riviste culturali indipendenti che avevo già menzionato nello scorso numero) dove abbiamo registrato una puntata insieme a Francesco D’Isa, il direttore de L’Indiscreto (rivista che, come sapete, qui viene linkata molto spesso), ma anche filosofo, artista visivo e intellettuale che negli ultimi anni si è largamento occupato di intelligenza artificiale.
L’IA, soprattutto quando applicata al campo della creatività e dell’arte, è appunto uno dei temi principali dell’episodio. Ma si è anche parlato dell’idea di giornalismo culturale che sta dietro a una rivista culturale come L’Indiscreto e del perché il diritto d’autore non protegge davvero gli interessi dell’arte e degli artisti.
Come sempre la puntata si può vedere su YouTube
o ascoltare su Spotify
Già che ci sono vi ricordo che se seguite Linea C anche su Instagram male non fate.
E per oggi è tutto.
Ti ricordo che puoi recuperare tutte le uscite precedenti qui e che se ti piace Caffè Letterato puoi supportarlo aiutandomi a farlo conoscere condividendolo, inoltrandolo, consigliandolo. E ovviamente, se non l’hai già fatto, iscrivendoti.
Ci vediamo tra una settimana


