#58 Ripartenza
Gli articoli dall'1 al 14 settembre
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Rieccoci qui, dopo una settimana di pausa, ormai in pieno settembre, nella fase di ripartenza post-estiva. Per me è un periodo piuttosto pieno, ma in senso positivo. Nella scorsa newsletter vi avevo accennato di essere in partenza per il Molise, per seguire con il podcast Linea C il festival Tracce di Luce. È stata una esperienza molto bella. Se siete incuriositi a breve inizieranno a uscire sui canali del podcast (che sarebbero su YouTube e Spotify) le puntate speciali che abbiamo registrato lì.
Ma anche questa settimana continuiamo a portare in giro Linea C. Saremo infatti a Firenze RiVista, il festival delle riviste indipendenti che si tiene a Firenze dal 19 al 21 settembre. Sabato 20 alle 14:30 registreremo live una puntata di Linea C con ospite Francesco D'Isa (il direttore de L'Indiscreto, tra le altre cose). Io comunque sarò al festival per tutti e tre giorni, quindi becchiamoci là se vi capita anche a voi di passare da quelle parti.
Chiudo qui con le comunicazioni di servizio e vi lascio alla newsletter che, chiusa (per ora) la serie estiva dedicata alla scrittura, torna al suo format classico, con le segnalazioni degli articoli più interessanti usciti nei giorni scorsi.
Rassegna🗞️
Sulle riviste letterarie
Nell'introduzione accennavo a Firenze RIvista, tanto vale ripartire da lì con il primo articolo di oggi che parla appunto di riviste letterarie
Si intitola Il tempo delle riviste letterarie è finito? è scritto da Francesco Sparacino ed è apparso su Lucy. Al di là del titolo vagamente clickbait, non è un articolo pessimista o catastrofico, non si ipotizza davvero che il tempo delle riviste sia finito, per quanto sia scritto in morte di una rivista letteraria indipendente con una lunga storia alle spalle: Colla, nata nel 2009 e di cui qualche giorno fa è uscito il numero che ne segna la chiusura. Sparacino è uno dei suoi fondatori.
Si parte quindi della fine di una rivista, ma - dicevo - il tono non è particolarmente mesto o pessimista. Il pezzo inquadra bene le dinamiche delle riviste letterarie indipendenti e rileva come anche una vita relativamente corta fa parte di quelle dinamiche (anzi, in questo senso Colla con i suoi sedici anni è stata un’eccezione).
Le riviste sono principalmente laboratori o, se si vuole, palestre: spazi che nascono per dare la possibilità di sperimentare, per raccogliere energie e dargli modo di mettersi alla prova e di evolversi. La longevità non è uno dei criteri per misurare il loro successo, quanto piuttosto ciò che si è sviluppato al loro interno e cosa ha imparato chi ci è passato, prima che il loro tempo scada anche per una questione di naturale cambio generazionale.
C'è poi il discorso del rapporto che le riviste indipendenti possono stabilire con l'editoria mainstream. Buon senso direbbe che tale rapporto dovrebbe essere ricco e fecondo, che l'editoria dovrebbe attingere spesso e volentieri dalle forze che si sviluppano nelle riviste, che a loro volta dovrebbero essere il passaggio propedeutico per affacciarsi al mondo dell'editoria. Non è così. Ma anche in questa posizione di marginalità rispetto al mainstream le riviste restano importanti, proprio in virtù di ciò che può rendere preziosa la marginalità: manifestare (e testimoniare) l'esistenza di un alternativa
Anche nel momento di maggior splendore delle riviste letterarie indipendenti degli ultimi venticinque anni, la dinamica è stata più o meno la stessa: progetti nati in un ambito universitario o post universitario, che nei casi più riusciti si sono imposti all’attenzione con impeto, diventando presto dei punti di riferimento per chi volesse pubblicare racconti, leggere autori ancora sconosciuti o testi inclini alla sperimentazione; ma che hanno esaurito la propria spinta altrettanto presto: due, tre, cinque anni. È sempre stato nell’ordine delle cose, come il fatto che altre riviste sarebbero arrivate a colmare quel vuoto.
Cringe e vulnerabilità
Credo che cringe sia una di quelle parole imprescindibili per parlare della cultura di internet (e di conseguenza della cultura contemporanea tout-court). Nella sua definizione più semplice il cringe è l'imbarazzo per procura, ciò che, fatto dagli altri, ci risulta talmente imbarazzante da creare, per empatia, un certo disagio in noi. Ma su internet il cringe ha altri significati. Intanto esiste un gusto per il cringe: contenuti che vengono considerati divertenti proprio perché estremamente imbarazzanti. E poi, in un contesto come quello dei social che ci chiede di esibirci continuamente davanti a un pubblico, il cringe è il rischio che si corre sempre ad esporsi.
In questo articolo, Arriva la fine della cringe culture? di Sara Ricci, pubblicato da L'Indiscreto, si parla appunto del significato del cringe oggi. Esiste una cultura cringe e sembra che qualcosa stia cambiando: se fino a qualche anno fa il cringe riguardava soprattutto strambi personaggi su cui ironizzare ed era per tutti i frequentatori "consapevoli" di internet qualcosa da evitare come un peccato mortale, oggi pure l'imbarazzo sta diventando qualcosa che è lecito condividere.
Evitare a tutti i costi il cringe significa mantenere sempre il controllo, non esporsi mai veramente, non fare mai emergere le proprie emozioni genuine, indossare sempre una maschera. Ma, man mano che sempre maggiore parte della nostra esistenza si sposta online, mantenere questo regime si fa insostenibile.
Ma accettare il cringe significa accettare la propria vulnerabilità. La possibilità di risultare imbarazzanti è un prezzo da pagare per essere liberi, al di là delle pressioni che ci spingono a chiuderci dentro corazze. Evitare a tutti i costi il disagio ci allontana da noi stessi e quindi dalla nostra felicità. Ammettere un po' di cringe nella propria vita (che poi significa un po' anche accettare noi stessi, con tutti i limiti che la società intorno a noi ci può contestare) può forse essere il primo passo per stare meglio.
È chiaro che, come scrive anche Bird, certe situazioni imbarazzanti potrebbero essere evitabili. In determinati contesti, infatti, l’odore del rischio si sente molto prima di compiere l’azione che si sta pensando di compiere. Tuttavia, inviare quel doppio messaggio con la consapevolezza della possibilità di non ricevere una risposta, o fare una battuta davanti a un pubblico che non si conosce bene, oppure ancora pubblicare qualcosa di molto personale online e non ricevere alcun tipo di feedback, o magari ballare liberamente anche con gli occhi di tutti addosso, ci aiuta a riconoscere e valorizzare la tridimensionalità della nostra esistenza. Così riusciamo a rimanere collegati con quella parte libera di umanità che ci ricorda che siamo materia viva, in costante trasformazione e movimento, e come tale non abbiamo scelta: dobbiamo vivere intrecciati al rischio e alla vulnerabilità dell’essere visti.
Risorse disumane
Cambiamo argomento, ma neanche troppo. Stavamo sostanzialmente dicendo che l'essere cringe può essere un modo in cui possiamo rivendicare la nostra umanità. Ebbene, c'è chi si impegna per tenere l'umanità più distante possibile e, per di più, lo fa in un contesto piuttosto delicato importante nell'equilibrio della vita umana: il lavoro.
Ultimamente si parla molto di colloqui di lavoro fatti tramie AI, che pare si stiano diventando una pratica relativamente diffusa, soprattutto nel settore tech. A testimoniarlo circolano su YouTube numerosi video dal gusto vagamente distopico.
Ma questi processi di selezione tramite intelligenza artificiale, in cui ai candidati viene tolto qualunque margine di confronto umano, sono forse soltanto l'ultima tappa di una degenerazione che va avanti da anni. La tendenza, infatti, sembra da tempo essere quella di automatizzare i processi e di ridurre il contatto reale tra persone. Sintomo, si direbbe, di una più generale "razionalizzazione" che sa tanto di disumanizzazione e imbarbarimento del mondo del lavoro, con da un lato aziende che trattano sempre meno la propria forza lavoro come esseri umani con cui stabilire un dialogo, e dall'altro lavoratori sempre più spaesati.
Di queste tendenze, raccontando anche di diverse esperienze personali, parla Emanuele Nicolotti in questo articolo: I miei colloqui di lavoro con l'AI, uscito sul Il Post
Sebbene non mi sia ancora capitato di essere intervistato da un agente AI, guardando questi video mi sono tornate alla mente un paio di esperienze di colloqui di lavoro che avevano già sortito lo stesso senso di imbarazzo, straniamento e frustrazione. Esperienze, anche quelle, segnate da una totale, o quasi totale, indifferenza per l’aspetto umano: la stessa indifferenza che molte aziende tecnologiche mostrano da tempo nei processi di selezione del personale e che ora, con l’introduzione degli agenti AI, viene sempre più il sospetto sia una scelta consapevole, piuttosto che un caso
In breve
Sull'amore per il proprio quartiere
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Perché questa è l'epoca dei fuffaguru
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Cose mie
È uscito sul Tascabile un mio nuovo articolo. Si intitola Infrastrutture e miraggi e parla di L’ultima acqua, il recento libro di Chiara Barzini, edito da Einaudi.
Il libro di Barzini è molto bello. Nel mio pezzo mi sono concentrato soprattuto sul modo in cui intreccia diversi livelli: saggistico, autobiografico e sociologico. È anche un articolo prendo il libro come perfetto esempio per portare avanti le mie riflessioni sulle potenzialità letterarie sul genere saggistico.
Ma finché si constata che un saggio letterario è composto da materiali e discorsi eterogenei, si resta nell’ovvio. La vera arte saggistica sta tutta nel come si combinano e si mescolano insieme i livelli diversi, andando a creare una coerenza e una unità che, per quanto sia arbitraria nei fatti (si può parlare dell’acquedotto di Los Angeles senza accompagnare riflessioni sui miraggi dell’Occidente, e certamente senza fare autobiografia), appare necessaria nell’ecosistema costruito dal saggio. Barzini si dimostra molto abile nel padroneggiare questo gioco di prestigio che è il cuore della scrittura saggistica. Interessante, quindi, è provare ad analizzare come il gioco funziona in L’ultima acqua, con quali strategie i diversi livelli che dicevamo vengono fatti collidere e sovrapporre fino a diventare inseparabili.
E per oggi è tutto.
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Ci vediamo presto


