#56 Due o tre cose che so di lei (3)
Su autovalutazione e fiducia in sé
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è anche oggi Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Navighiamo verso la fine dell'estate. Io, per dire, oggi torno a Roma dopo un mese e mezzo in cui mi sono tenuto il più possibile lontano dal caldo urbano. Devo dire piuttosto felice di riprendere la mia routine abituale. Non che abbia mai staccato completamente, dato che ho continuato a scrivere o a preparare articoli. Ma ci sono varie cose che ho lasciato in sospeso con l'estate e che ora sono contento di riprendere (ad esempio il podcast Linea C. A proposito, tra poco riprenderà e per la prima volta registreremo delle puntate anche fuori da Roma. Sicuramente ne riparleremo in questa sede).
Oggi, comunque, continuiamo con la serie di riflessioni sulla scrittura. A venirmi in aiuto oggi, una cosa che ho letto quasi per caso qualche giorno fa ma che si adatta perfettamente allo spirito di questi brevi pezzi.
Buona lettura
Due o tre cose che so di lei
#3 Autovalutazione e fiducia in sé
La riflessione sulla scrittura di oggi lo faccio partendo da parole non mie in cui mi sono imbattuto per caso giusto qualche giorno fa. Stavo leggendo questo libro di Jamie Goode (che è un wine writer, cioè un giornalista specializzato in critica del vino) in preparazione di un articolo che verrà pubblicato prossimamente. Il libro era una raccolta di brevi saggi a tema enologico, ma contiene anche delle pagine specificatamente su cosa significa scrivere di vino e, allargando un po' il campo, scrivere in generale. Qui ho trovato un paragrafo che mi sento di condividere in pieno.
Tra parentesi, mi fa piacere aver trovato considerazioni sulla scrittura che sento così affini tra le pagine di un libro e di un autore che si occupa di cose distanti da quelle di cui io scrivo solitamente (io di vino so poco e di certo non potrei fare il wine writer), perché dimostra che nonostante le tante forme che può assumere e i tanti oggetti che può trattare, la scrittura mantiente comunque certi tratti generalizzabili, per cui un buon consiglio può essere preso come tale indipendentemente da che cosa si voglia scrivere.
Comunque il paragrafo che mi ero segnato è questo:
Nella scrittura è molto difficile valutare quanto si è bravi. L'autovalutazione è quasi impossibile, perché ci si avvicina troppo al testo. Inoltre, la scrittura è molto personale. Condividere il proprio lavoro con gli altri fa sentire vulnerabili. È un po' come la prima volta che si canta davanti un amico, una cosa che espone molto, soprattutto da sobri. E se in realtà non sono sono molto bravo? Quindi è necessario un certo grado di fiducia in se stessi, perché la paura uccide la buona scrittura. Se non credete che quello che state facendo abbia il potenziale per essere buono, non sarete fluenti. Si agonizzerà su ogni parola e frase. Sarà uno sforzo lungo e doloroso prima che il vostro lavoro nasca. La paura inibisce anche gli attributi vitali di creatività, onestà e coraggio che la migliore scrittura possiede
Mi sembrano che si tocchino qui due punti molto importanti: la valutazione di quello che si scrive e l'importanza di avere una certa fiducia in sé stessi.
L'impossibilità, o per lo meno la grossa difficoltà, ad autovalutarsi è un problema con cui bisogna prima o poi confrontarsi. "Essere bravi" a scrivere è una qualità così impalpabile che è davvero difficile riconoscerla in sé stessi. Eppure avere fiducia nelle proprie capacità (al netto dei margini di insicurezze o di dubbi che è difficile superare del tutto e che in una certa misura possono anche essere salutari) è fondamentale per scrivere bene. Senza questa fiducia è tutto più difficile: è probabile rimanere spesso bloccati, oppure avere una scrittura inibita e poco felice. Anche per esperienza posso dire che il momento in cui si acquisisce sicurezza è spesso quello della svolta, quello in cui il proprio rapporto con la scrittura cambia radicalmente e si può cominciare davvero a far fruttare le proprie potenzialità.
Ma dunque, se non possiamo autovalutarci, l'unico modo per acquisire questa sicurezza è esporci agli altri. Il che, sia chiaro, non significa diventare schiavi del giudizio altrui. Vuol dire che il confronto esterno è un passaggio ineludibile. Anche quando questo scontrarsi con le proprie insicurezze e rendersi, come scrive Goode, vulnerabili. Anzi, soprattutto allora: perché più siamo insicuri più abbiamo bisogno degli altri per superare quella insicurezza.
La scrittura è una attività per tanti versi solipsista. La maggior parte delle volte si scrive da soli. Eppure ha bisogno di condivisione. Perché senza condivisione non solo perde senso (fondamentalmente si scrive per essere, prima o poi, letti), ma probabilmente neppure si riceve la spinta necessaria per cominciare a fare sul serio.
Il consiglio che mi sento di dare, quindi, non è "abbiate fiducia in voi stessi" (è una cosa che non avrebbe molto senso dire, la sicurezza è come il coraggio secondo Don Abbondio, «uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare»), ma è piuttosto cercate persone con cui confrontarvi, anche se la cosa vi spaventa. Se la fiducia non potete darvela da soli, dovrete necessariamente trovarla negli altri.
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