#54 Due o tre cose che so di lei (1)
Riflessioni estemporanee sulla scrittura
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Visto che siamo in pieno agosto escono meno articoli e dunque mi ritrovo con meno materiale del solito per riempire questa newsletter. Non volendo però sospendere del tutto la pubblicazione fino a settembre ho deciso di approfittare di queste settimane estive per buttare giù alcune mie riflessione sulla scrittura che da un po’ mi girano in testa.
Inauguro quindi oggi una serie di pezzi senza pretese (non so quanti saranno, né con che cadenza usciranno) dedicati alla scrittura. Sono riflessioni che fanno riferimento alla mia esperienza personale, il che vuol dire, ca va sans dire, che non pretendono di avere validità universale e che si riferiscono soprattutto alla realizzazione di articoli culturali, dato che è quello di cui mi occupo di più, ma magari i consigli che vengono fuori sono spendibili anche per altri generi.
Fatemi sapere che ne pensate. Intanto buona lettura!
Due o tre cose che so di lei
#1 Format e scrittura
Sulla scrittura ho da dare solo consigli banali. Sono fondamentalmente due e abbastanza scontati: primo leggere molto (e bene), secondo scrivere molto (più recentemente, se ne è aggiunto anche un terzo, ma ne parliamo un'altra volta).
Oggi volevo occuparmi del secondo: "scrivere molto". Che è sì, banale, ma già potrebbe prestarsi a delle obiezioni. Perché dare peso al "molto" prima che al "bene"? Perché farne una questione quantitativa invece che concentrarsi esclusivamente sul valore qualitativo?
Aggiungiamo pure che "scrivere molto" vuol dire implicitamente anche "scrivere veloce". Istintivamente viene da credere che fare le cose bene e farle veloce siano in antitesi e che, giustamente, la priorità dovrebbe essere farle bene. Ecco, se questo di base può anche essere vero, personalmente credo che una delle prime cose su cui dovrebbe lavorare chi vuole migliorare nella scrittura sia superare questa antitesi.
Lo dico innanzitutto per una questione pratica. Essere relativamente veloci nella scrittura è importante sia che uno scriva per lavoro oppure no. Se la scrittura è il tuo mestiere o vorresti che lo fosse va da sé che sapere scrivere molto e rapidamente (ma senza perdere la qualità di quello che scrivi) è una capacità necessaria per renderlo sostenibile. Se non scrivi per lavoro, be', è probabile che la scrittura sarà relegata ai ritagli liberi: il che significa avere poco tempo per scrivere e dunque sarà particolarmente importante farlo fruttare il più possibile.
E poi - per ritornare alle banalità - bisogna scrivere molto anche solo per allenarsi. Come quasi tutto, anche, la scrittura è soprattutto una questione di allenamento. Dirò di più: non credo che per scrivere bene sia necessaria (con buona pace delle scuole di scrittura) qualche conoscenza tecnica particolare, di conseguenza penso che tutto ciò che non dipende dal talento individuale (ma qui si entra in un campo misterioso) dipenda dall'allenamento. Se non si impara a scrivere veloce, non si scrive molto; e se non si scrive molto non ci si allena e quindi non si migliora. Tra l'altro, per esperienza posso dire che la prima e più evidente cosa che si riesce a migliorare scrivendo molto è la sicurezza nei propri mezzi, che direi è propedeutica a qualunque altro miglioramento.
La domanda che segue, dunque, è: come imparare a scrivere più rapidamente? Io credo che una buona soluzione da questo punto di vista sia crearsi un proprio "format" relativamente replicabile. Certo il concetto di format non va preso in maniera troppo rigida: si tratta solo di trovare certe coordinate fisse e muoversi al loro interno. O, in altre parole, di inserire nel proprio modo di scrivere una certa misura di automatismo: scrivere seguendo più o meno sistematicamente certi step.
L'idea di “automatismo” può sembrare un nemico della creatività e quindi del valore della scrittura. E oltre certi limiti senza dubbio lo è. Ma in una quantità limitata può invece essere un alleato, perché permette di risparmiare attenzione ed energie che si potranno indirizzare là dove serve di più.
L'utilità di avere un proprio format a cui appoggiarsi, dunque, è soprattutto quella di definire un’impostazione del lavoro, in modo da non dover impostare sempre tutto da capo. È quindi simile al concetto di "metodo". Personalmente io sui metodi di scrittura ho un giudizio ambivalente: un po' non ci credo e un po' sì. Mi spiego meglio: penso che possano essere utili, ma insieme non credo possano essere insegnati. La verità è che prendere un metodo appreso dall'esterno e farlo nostro non funziona quasi mai. Un metodo è utile nella misura in cui ce lo siamo costruiti da soli.
Lo stesso vale per il format. L'errore sarebbe limitarsi a copiare quelli altrui. Come sempre si può e si deve guardare agli altri (a quelli bravi, soprattutto) con attenzione. Vedere cosa possiamo imparare e pure, talvolta, cosa possiamo rubare. Ma non possiamo prendere in blocco format o metodi altrui, sarebbe come pretendere di indossare abiti fatti su misura per qualcun altro: staremmo scomodi e questo certamente non ci aiuterebbe a dare il meglio che possiamo dare.
Poi, una volta creato e stabilizzato il nostro format, è importante non trasformarlo in una gabbia. Quando si tratta di sforzarne i limiti, la flessibilità sarà sempre migliore consigliera della rigidità. E il fatto che le regole le abbiamo definite noi sarà servito anche a renderci più consapevoli che possiamo ridiscuterle e modificarle tutte le volte che ci sembra giusto farlo.
E poi, probabilmente, arriverà anche il momento in cui sentiremo che vogliamo fare qualcosa di diverso e ci disferemo completamente dei format e delle regole che ci siamo dati. Ma di questo, forse, parleremo una delle prossime volte.
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E per oggi è tutto.
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