#53 Etica, psicologia, culto
Gli articoli dal 14 al 27 luglio
Bentrovati. Io sono Marcello Conti e questo è Caffè Letterato la newsletter su giornalismo culturale e dintorni.
Abbiamo di nuovo saltato un settimana. Ma che ci volete fare? Se l'estate si fa pagare cara con il suo caldo opprimente, perlomeno continua a dare il beneficio di far sentire tutti legittimati a prendere le cose più con calma.
Quindi con molta calma vi lascio agli articoli che ho selezionato nelle ultime due settimane, premettendo che ce ne sono alcuni davvero molto interessanti. A seguire la nuova (e ultima prima della pausa estiva) puntata di Linea C.
Buona lettura!
Rassegna🗞️
L’etica di Tolkien
Iniziamo con questo bellissimo articolo (che in origine era il testo di una conferenza) pubblicato su Giap, il blog dei Wu Ming: Restare umani in tempi di guerra: Tolkien e il dilemma etico, firmato da Wu Ming 4.
Una accusa che spesso viene rivolta a Tolkien è di proporre una visione manichea: buoni senza macchia che combattono contro un male assoluto. A leggere con più attenzione le sue opere ci si accorge che non è affatto così, come questo articolo illustra molto bene. In Tolkien non ci sono facili morali, ma un'etica problematica. Certo, nel Signore degli Anelli c'è un Nemico assoluto, contro cui è senza dubbio giusto combattere. Ma l'Anello è una tentazione insidiosa anche per chi ha le migliori intenzioni. Il rischio che anche chi persegue il bene possa diventare uguale al nemico che combatte è sempre presente.
Tolkien scrisse buona parte del suo capolavoro mentre nel mondo infuriava la Seconda Guerra Mondiale. Lo scrittore ha sempre scoraggiato l'interpretazione del suo romanzo come una metafora delle vicende storiche a lui contemporanee (ancora una volta: sarebbe troppo facile vedere Sauron e gli orchi come una fazione identificabile nella realtà storica. Nel mondo vero gli orchi stanno in tutti gli schieramenti). Ma comunque il suo libro porta avanti una riflessione sull'etica necessaria nei tempi bui come quelli che visse (il che, tra l'altro, sembra renderla tristemente di nuovo attuale oggi): la necessità contemporaneamente di combattere e di conservare la propria umanità, di essere forti senza cedere alla fascinazione per la forza.
Ma soprattutto perché è la propria salvezza, cioè la preservazione della propria umanità, a passare senz’altro per le nostre scelte, cioè da cosa facciamo «del tempo che ci è dato», dice Gandalf, e dall’esercizio del libero arbitrio. Ecco perché non è affatto scontato né superfluo scegliere di non usare l’Anello. Se la sua distruzione rientra in un piano provvidenziale, la nostra salvezza dipende da noi. Cosa siamo e cosa saremo dipende da cosa facciamo. Dal nostro agire ci riconosceremo. Quindi anche dalla scelta di rinunciare a qualunque scorciatoia e salvacondotto etico per affermare il bene, accettando il rischio di fallire, proprio come fa Frodo (ed è per questo che alla fine otterrà la «grazia» elfica, cioè il passaggio verso le Terre Beate). Ecco il paradosso. In fondo, dice il cristiano Tolkien, la storia non è che «una lunga sconfitta» (lettera n. 195, 15 dicembre 1956). È storia della Caduta, cioè di un fallimento, e questa è la condizione umana con cui dobbiamo fare i conti.
Psicologizzare tutto
Proseguiamo con un articolo de L'Indiscreto intorno a un tema su cui vale la pena di riflettere: La terapia non ci salverà: verso nuove pratiche di vicinanza di Giulia Bergamaschi.
Si parla della crescente tendenza a "psicologizzare" ogni esperienza di sofferenza, come se la terapia fosse l'unica via di elaborazione e di possibile soluzione del disagio. Una tendenza che si manifesta anche nell'onnipresenza, oggi, del linguaggio psicologico per parlare di qualunque problema personale.
Non si tratta di un articolo contro la psicoterapia (anche perché l'autrice stessa ha studiato psicologia e se ne occupa tutt'ora), quanto un invito a non delegare sistematicamente il dolore altrui a uno spazio professionalizzato, come facciamo tutte le volte quando liquidiamo i problemi di qualcuno con un "dovrebbe andare in terapia". Insomma si tratta di non cedere il monopolio della cura e insieme di riscoprire e valorizzare anche forme relazionali e sociali di prossimità e sostegno.
Quante volte ci capita, parlando con amici, di sentir consigliare la terapia come risposta a una difficoltà? E quanto del sostegno che offriamo agli altri è influenzato da ciò che sappiamo o crediamo di sapere di psicologia, o dalle terapie che abbiamo fatto? È inevitabile, mi si dirà. Ma rilancio, comunque, una speranza: che l’amicizia, le reti affettive, le famiglie che ci siamo trovati e quelle che ci siamo scelti possano diventare spazi in cui coltivare modi alternativi di stare con la sofferenza e le difficoltà altrui.
Poiché, checché ne dicano i diretti interessati, la terapia non è la soluzione a ogni problema, non è sempre necessaria, e può essere anche dannosa. La terapia non ci salverà, e nemmeno l’empatia. Niente, preso da solo, è salvifico. Nulla ci garantisce di non dover spiegare, anche attraverso più tentativi, ciò che sentiamo.
Il true crime come culto
Non amo il genere true crime. O meglio, non è solo che non mi piaccia: mi mette addosso un certo disagio che non mi so spiegare del tutto.
Ma, forse, alcune ragioni si trovano in questo articolo: La Via crucis del true crime, uscito su Il Tascabile e scritto da Giovanni Padua, autore che più volte si è dimostrato particolarmente abile a indagare gli strati profondi e particolarmente "oscuri" di certi fenomeni sociali.
In questo caso si parla appunto della moda del true crime - prendendo come caso studio il recente Belve crime, ma anche tirando in ballo "classici" del genere come Un giorno in pretura o Blu notte - per mostrare come la cronaca nera sia diventata, più che racconto informativo o riflessione sociale, una vera e propria forma di culto mediatico, in cui il delitto è trasformato in rito pubblico e la vittima in martire da santificare attraverso il racconto continuo delle sue sofferenze.
Il crimine in diretta è già qui, sotto mentite spoglie, rimontato con garbo da prime serate che travestono l’interrogatorio da intervista e la confessione da contenuto virale. Belve Crime, trasforma i media in un’aula di tribunale e mostra in filigrana le continuità profonde tra gli sguardi inquisitori: quello del prete, del poliziotto, del giornalista. Tutte posture retoriche nate per estorcere verità ‒ o almeno brandelli utili di racconto ‒ a corpi già segnati da colpa, dolore o clamore. La videocamera si fa confessionale e sala d’interrogatorio insieme: il crimine non viene solo esposto, ma interpretato e metabolizzato attraverso uno sguardo che finge neutralità mentre insegue l’effetto, la reazione, il reel. Così, mentre crediamo di assistere alla rappresentazione del male, ci stiamo abituando a consumarlo.
In breve
Fare critica secondo Andrea Long Chu
Continua la storia delle riviste culturali a cura di Stanca: questa volta è il turno di Snaporaz
Dall'haiku al romanzo: le lezioni di Roland Barthes
Mercati predittivi e memificazione degli eventi
Vedere la morte (e le coincidenze)
Una bella intervista a Emanuele Atturo di Ultimo Uomo
Linea C
Prima di fermarci per un po’ per l’estate, è uscita una nuova puntata di Linea C.
A questi giro abbiamo avuto come ospite Paolo Pecere, filosofo, docente universiario e scrittore. Abbiamo parlato molto del suo ultimo ultimo libro, Il senso della natura (Sellerio), ma come sempre la conversazione ha spaziato anche altrove: ad esempio dei suoi viaggi in giro per il mondo, di quello che sta accadendo nelle università americane, di rinascimento psichedelico e molto altro.
Come al solito potere vedere l’episodio su YouTube
oppure ascoltarlo su Spotify
E per oggi è tutto.
Ti ricordo che puoi recuperare tutte le uscite precedenti qui e che se ti piace Caffè Letterato puoi supportarlo aiutandomi a farlo conoscere condividendolo, inoltrandolo, consigliandolo. E ovviamente, se non l’hai già fatto, iscrivendoti.
Ci vediamo (forse) tra una settimana


